|
|
Nella ricorrenza del 63° anniversario della battaglia di El Alamein,
festa della nostra Specialità, pubblichiamo l'articolo scritto dal
cap. art. par. Renato Migliavacca, veterano di quella battaglia,
per il quotidiano il "Tirreno", in occasione del quarantesimo
anniversario; per tramandare e mai dimenticare l'epopea degli uomini
della Divisione "FOLGORE" a El Alamein.
A.F. |
EL
ALAMEIN IL CORAGGIO
OPPOSTO ALLA FORZA
(articolo
pubblicato sul quotidiano il “Tirreno” il 20 ottobre 1984)
|
Quarantadue
anni fa, ad Alamein, un centinaio di chilometri ad ovest del Nilo, è
stata combattuta la più
grande battaglia in terra d'Africa della II guerra mondiale. Il fronte, su
terreno completamente desertico, era compreso, da nord a sud, fra la costa
del Mediterraneo e il ciglio della grande depressione di El Qattara; aveva
uno sviluppo complessivo di circa 60 km. (40 in linea d'aria) ed era
inaggirabile perché di la dalla sua estremità meridionale la natura
del suolo non si prestava al transito di reparti meccanizzati.
Su
questa linea era schierata a
difesa l'Armata italo - tedesca con 96.000 uomini, meno di 600 cannoni,
poco più di 500 carri armati; la fronteggiava l' VIII Armata britannica
con 220.000 uomini, 1100 cannoni, 1300carri.
Ancor
più grande la sproporzione in mezzi cingolati e blindati, pezzi
controcarro, aerei, munizionamento, autoveicoli. Tenuto conto anche della
qualità delle armi e dei materiali, a nettissimo vantaggio dei
britannici, la superiorità in campo dell'avversario risultava pressoché
schiacciante.
Consapevole
di ciò il comandante dell' VIII Armata, Montgomery, pianificò una
battaglia statica intesa a distruggere sul posto progressivamente, le
fanterie e i carri schierati a difesa. Due potenti forze d'assalto
avrebbero attaccato contemporaneamente a nord e a sud del fronte, con il
compito di aprirvi, ciascuna, quattro corridoi e costituire teste di ponte
da rafforzare, immediatamente con gran numero di corazzati e
artiglierie. |

il fronte di El Alamein con le forze schierate il giorno
23 ottobre |
|
 |
UNA
SUPERIORITA’ SCHIACCIANTE
Le
nostre forze mobili costrette ad attaccare
in condizioni sfavorevoli questi fortilizi irti di bocche di fuoco
sarebbero andate incontro a quella progressiva distruzione che si voleva
ottenere; dopo di che non sarebbe stato difficile mettere fuori causa le
rimanenti fanterie, oltretutto dotate di scarsa mobilità a causa della
penuria di automezzi.
Nel
fatto la battaglia si svolse in modo alquanto diverso. Si concluse
comunque con l' inevitabile vittoria dell'attaccante che come è noto,
dopo dodici giorni di accaniti, convulsi combattimenti riuscì a mettere
fuori causa il nerbo dell'Armata italo- tedesca costringendone i resti a
una lunghissima ritirata.
Assai
meno note, invece, le vicende degli aspri scontri avvenuti a sud; vicende
cha videro i paracadutisti della Folgore respingere vittoriosamente ogni
assalto, nonostante l’enorme preponderanza degli attaccanti. Un
successo, questo, tuttora assai poco conosciuto nei suoi termini reali e
del quale è giusto o doveroso mettere
in luce l' importanza e
l’effettivo significato.
All’
inizio della battaglia la Folgore presidiava un quarto dell’ intero
fronte, quello più a sud. I paracadutisti in linea erano circa 3.000 con
80 cannoni prestati, da altre unità, poche decine di controcarro
(integrati da piccoli reparti di bersaglieri), pochissimi autoveicoli,
proiettili contati. Ne integravano la forza il 28° Pavia e un altro
battaglione, il famoso 31° Guastatori. |
|
L’
IMPERATIVO ERA “NON MOLLARE”
Lo
schieramento sul terreno si articolava in una linea principale (di
resistenza) preceduta da un'altra (di sicurezza), sottilissima.
Entrambe protette da campi minati distavano fra loro da uno a tre
chilometri. Sul retro, lontane, stazionavano le divisioni corazzate Ariete
e 21° Panzer il cui tempestivo intervento risultava piuttosto aleatorio e
che comunque non si rese necessario.
Di
fronte alla Folgore, incaricato dell'assalto a sud, stava il 13° Corpo,
articolato su 4 divisioni, con più di 50.000 uomini, 400 cannoni, 350
carri, 250 blindati, munizioni praticamente illimitate, migliaia di
automezzi. A suo ulteriore vantaggio il totale dominio dell’ aria e,
cosa non meno importante, il terreno, favorevole all’impiego in massa
dei corazzati, senz'altri ostacoli che le Mine.
Per
i 3000 paracadutisti diluiti su un fronte di 15 km. e organizzati in
centri di fuoco, di assai modesta consistenza e molto intervallati, il
problema della difesa risultava davvero arduo. Oltre al resto, quasi tutti
erano affetti da dissenteria e seriamente indeboliti da tre mesi di buca.
Tutti,
comunque, erano pronti
a sostenere l'urto, quale che fosse, ben decisi ad opporsi con ogni mezzo,
allo strapotere avversario. Simbolo o impegno per ciascun uomo della
divisione la consegna Che il comandante, Enrico Frattini, aveva
sintetizzato in due semplici parole: ”non mollare”.
L'offensiva
britannica largamente
prevista, ebbe inizio alle 21,40 del 23 ottobre con un formidabile tiro di
artiglieria. Nelle parole di un veterano del deserto, il capitano Pietro
Santini del 31° Guastatori: “Assistevamo, quasi ammirati, allo
spettacolo che dimostrava una potenza di fuoco mai vista prima in Africa
Settentrionale. All'alba, una densa nube di fumogeni che poi, diradatasi,
svelò un mare di carri armati e blindati davanti alle nostre linee, a
perdita d'occhio”.
Allungatosi il tiro, intere
brigate di carri e fanti mossero all'attacco investendo sul centro,
della linea di sicurezza, le compagnie 6 e 19. La lotta si accese subito
furibonda. Come dice il serg. magg. Sisto Bodriti: “ C'erano mine che
esplodevano, mezzi corazzati e
cingolati che
s’incendiavano, uomini che saltavano in aria con urla disumane”.
I paracadutisti si accanirono
principalmente sulla, fanteria in modo da dissociarla dai carri e,
combattendo selvaggiamente, vi riuscirono quasi dovunque. Durante la
notte un solo corridoio, dei quattro preventivati dall'avversario, poté
essere aperto; ed ebbe allora inizio l'azione di contrassalto ai mezzi
corazzati. |
|

linea del fronte tenuto dalla "Folgore"
|
|

il Generale Frattini Comandante della
Divisione "Folgore"
|
|

paracadutisti della 6° compagnia con al centro
il
ten. M.O.V.M. F. BRANDI |
|
|
|

il c.le par. Vincenzo Girolami
(concittadino saronnese) |
|

carro britannico distrutto dalla "Folgore" |
|
Attaccare carri armati con ordigni lanciati a mano
non è facile. Nelle parole del caporale Vincenzo Girolami:
“ Dalla paura, i denti mi battevano talmente forte che sembravano una
motocicletta. Ma i carri erano nelle nostre postazioni e bisognava far qualcosa.
Così saltai, fuori, come gli altri dandoci dentro con le bombe a mano”.
I
carristi britannici, che non si aspettavano di essere contrassaltati
a uomo, dovettero improvvisare caroselli per sottrarsi agli attacchi;
pagarono tuttavia a caro prezzo la loro azione. “ Il contingente incaricato di
far breccia, subì pesanti perdite a causa del cannoneggiamento
e della fanteria della
divisione “Folgore” che resistette ferocemente”. — si legge nella
storia, del reggimento corazzato Royal Scots Greys -
Ma
con il sopraggiungere della luce, finite ovunque le munizioni, i difensori
furono infine tacitati, gli attaccanti poterono avanzare e investire sul tergo
un'altra compagnia, la 22. Ancor lontana però, intatta, rimaneva la linea di
resistenza che, secondo i piani, sarebbe dovuta crollare prima dell' alba. Il
potente assalto contro il centro della Folgore aveva subito un primo, decisivo
colpo d'arresto.
Di
fronte a non più di 350 paracadutisti intere brigate avevano dovuto segnare il
passo perdendo lunghe, preziose ore, e con falcidie talmente elevate in uomini e
carri da costringere i loro Comandi a rivoluzionare drasticamente il piano
d'attacco. |
|

i legionari francesi

| El Alamein 23 ottobre
1942: il ten. Di Gennaro chiede l'onore al
magg. Izzo di partecipare con i suoi artieri
paracadutisti al contrassalto di Naqb Rala
(disegno del ten. col . Paolo Caccia
Dominioni già Comandante del 31° Btg.
guastatori d'Africa) |

| 60 anni dopo il ten. Di
Gennaro, ora Presidente della sez. A.N.P.d'I.
di Civitavecchia, dona la Bandiera italiana,
nel Sacrario di El Alamein, al Presidente
della Repubblica : C.A. CIAMPI. |
|
MEMORABILE CONTRASSALTO DEI
FRANCESI
Durante
la stessa notte un altro violento attacco, affidato a due battaglioni francesi
della Legione Straniera sostenuti da una colonna di carri e blindati,
fu sferrato contro l'estrema ala destra della Folgore. I fanti, per un
totale di oltre 1300 uomini, aggirarono da sud le difese, tenute dal V battaglione,
e sfociando sulla piana di Naqb Rala le investirono da tergo. Senza indugio il
comandante del V, Giuseppe Izzo, mobilitò la forza di rincalzo (circa 3
plotoni) costituita appunto per questa eventualità, la suddivise in due gruppi
e postosi alla testa di uno di essi mosse al contrassalto.
Erano
meno di cento uomini che, su terreno aperto, affrontavano avversari quindici
volte superiori. La disparità delle forze e del volume di fuoco era tale che il
caporal maggiore, Luigi Mozzato, in posizione arretrata e in grado di
abbracciare con un sol colpo d'occhio il terreno dello scontro,
fu indotto a un più che giustificato pessimismo: “La sproporzione era così
evidente da far pensare che il nemico sarebbe avanzato molto in fretta, giudicai
che ben presto ci saremmo trovati in mezzo anche noi, e con ben
poche speranze”. Accadde invece il contrario.
Suddividendosi
in piccoli nuclei e, facendo ricorso, oltre all’audacia, ai più
diversi stratagemmi, i difensori riuscirono a contenere l' impeto degli
antagonisti, poi a farli indietreggiare riuscendo, infine, dopo tre ore di
cruenti scontri, a metterli in rotta. I Legionari, lasciarono sul terreno circa
300 uomini, i paracadutisti perdettero i due terzi degli
effettivi. Consistenti vuoti
furono prodotti anche nella colonna mobile di supporto.
Risoluto
a ottenere uno sfondamento
decisivo, nella tarda serata del 24 l'avversario tornò all' attacco lanciando
imponenti forze contro il centro della linea di resistenza, presidiato dalle
compagnie 20 e 21. Benché opposti a grandi masse di fanti i paracadutisti
riuscirono a mantenere il possesso dei centri di fuoco meno avanzati e a
contenere in ristretto spazio la testa di ponte
creata dagli avversari. Quanto ai corazzati fu loro impedito di raggiungere
la fanteria, presi sono tiro alle minime distanze da controcarro e
mortai, soprattutto da due obici da 100 giunti in linea quel giorno stesso su
iniziativa del comandante della 21 ma, Gino Bianchini, furono distrutti a
decine mentre attraversavano l'unico, varco aperto dai genieri nel campo minalo
e costretti a ritirarsi.
Egual
sorte toccò, all' imbrunire del giorno successivo, ai fanti (circa una brigata)
rimasti nella testa di ponte. Riorganizzati i decimati residui delle sue
compagnie il Comandante del VII battaglione, Carlo Mautino, ordinò al
trombettiere di suonare la carica e un risoluto contrattacco fece ripiegare in
disordine gli avversari ristabilendo la situazione.
I
combattimenti, soprattutto nei centri di fuoco più avanzati, erano stati aspri,
sanguinosi, e ne erano rimaste tracce raccapriccianti. Nelle parole del Tenente
Giuseppe Berti: “Ovunque sparsi, cadaveri. armi spezzate e contorte, due
nostri artiglieri erano immobili, avvinghiati a un pezzo da 47 quasi posassero
per un monumento”. Molto gravi le perdite avversarie: centinaia di uomini,
decine di carri ridotti a carcasse fumanti. Meno di 300 paracadutisti erano
bastati a infrangere il grande assalto alla linea di resistenza.
|
|
IMPARI LOTTA NEL DESERTO
Falliti
i precedenti tentativi l'avversario insistette organizzando potenti colpi di
maglio contro il saliente dì Munassib, presidiato dal IV battaglione. Nel
pomeriggio del 25 mossero all'attacco due reggimenti corazzati, forti di 90 unità,
che operando in piena vista vennero falcidiati
in breve tempo (22 carri distrutti). Ma l'assalto più violento si
scatenò la sera, preparato da un terrificante concentramento di
artiglieria:”Munassib sembrava un vulcano in eruzione”. Scrisse Felice
Valletti, comandante del IV.
Gravitando
principalmente sulla 11 compagnia, due battaglioni di fanti con carri e blindati
dilagarono fra le piccole e distanziate postazioni dei paracadutisti
sommergendoli. Si accese una lotta senza quartiere, che proseguì per tutta la
notte. “Alle intimazioni di resa - dice Tonino Marinoni - rispondevamo
gridando Folgore! e sparando”. Nell'impari lotta la compagnia fu distrutta e i
superstiti, 13 in tutto, ritirati dalla fornace. Ma gli attaccanti paurosamente
falcidiati, dovettero desistere limitandosi, il giorno 26, a un attacco senza
mordente alla 10.ma compagnia.
Dopo
di che, convintisi che sfondare a
sud era impossibile, i Comandi britannici ritirarono le forze corazzate
accontentandosi di saggiare le difese con puntate di fanteria che si
susseguirono fino alla notte del l-2 novembre.
Al
prezzo di un terzo dei suoi effettivi l'esile linea della Folgore aveva retto
all'urto di un intero Corpo d'armata infliggendo all’avversario perdite
valutabili in circa 2500 uomini, più di 100 carri, 150 blindati. Gli uomini
della divisione avevano tenuto fede a se stessi. Ne si smentirono quando, per
ordini dall'alto, dovettero abbandonare le posizioni. Per quattro giorni e tre notti
ripiegarono combattendo, appiedati, portando a spalla, le armi, trainando
i pezzi a braccia, senza alcun rifornimento di munizioni e viveri, con
l'acqua di dotazione che bastò a malapena per le prime ventiquattrore.
Oggi
dopo quarant' anni i
sopravissuti ricordano e
tacciono. Custodiscono nel cuore l'immagine di quel pezzetto d’Italia,
il loro, che tutti insieme
costruirono nel deserto egiziano; una comunità dove i pezzi grossi erano primi
nell’affrontare rischi e
assumersi responsabilità, dove la solidarietà
reciproca non aveva confini. Perché
questo fu per loro la Folgore: una piccola, meravigliosa Patria per la
quale, valeva davvero la pena di vivere o di morire.
Renato Migliavacca
|

|
batteria controcarro con
pezzo d a 47/32 comandata
dall'allora ten. Gianpaolo padre
dell'attuale Vice Presidente Nazionale
A.N.P.d'I. |

i "ragazzi " della Folgore nelle loro
postazioni


|
|